Benvenuti a Casa Thomas!
Siamo lieti di accogliervi nel nostro EcoMuseo situato nel Comune Champorcher. Casa Thomas è un luogo dove storia, natura e cultura popolare s’intrecciano, offrendo un’esperienza unica che mette in luce tradizioni locali e patrimonio del territorio.
La valle di Champorcher
Questa è la prima valle alla destra orografica della Dora Baltea che si incontra entrando in Valle d’Aosta dal territorio piemontese: decisamente scoscesa, è solcata dal torrente Ayasse. Sul fondovalle si trova Hône, cittadina a caratterizzazione industriale (364 m. slm), con diversi percorsi turistici e scorci panoramici in quota. Seguono poi, salendo, i comuni di Pontboset (780 m. slm) e Champorcher (1427 m. slm), entrambi basati su turismo e agricoltura. La grande varietà di rocce, insieme al clima meno secco che altrove, rendono particolarmente variata e interessante la vegetazione. Tutta la valle è nota per le molte attrattive turistiche, tra cui i numerosi laghi alpini, gli orridi torrentizi, villaggi ancora in gran parte intatti, gli impianti di sci alpino nella conca di Laris, la pista di fondo, e il parco naturale regionale del Mont Avic nel cui perimetro si trovano il famoso lago e il santuario del Misérin. Inoltre è da visitare il nuovo museo del villaggio di Chardonney che comprende tutti gli edifici storici del villaggio: dalla Maison Thomas in cui sono racchiuse la stalla/ecomuseo della canapa e l’atelier di tessitura Lou Dzeut, e nei pressi, il mulino, la cappella, il forno e l’antica scuola.
La casa di Thomas
Il comune di Champorcher ha acquistato nel 2000 l’antica casa di Thomas (dal soprannome della famiglia dei proprietari), la sola che ha salvaguardato l’antico telaio sopravvissuto alla distruzione dei decenni passati, per farne un ecomuseo della canapa e dell’architettura alpina. La casa è composta da diversi locali: al piano terreno si trova la stalla con un raro telaio completamente in legno, dalla tecnologia arcaica; la vicina cucina con il focolare usato per la cottura dei cibi e la preparazione del formaggio, e la cantina dove si depositava il latte appena munto per far affiorare la panna da trasformare in burro. Ad un piano intermedio si trovava una stanza dove si viveva generalmente nella bella stagione, quando le mucche erano in alpeggio. In questo locale ora ha sede il moderno atelier di tessitura artigianale della canapa, gestito da abili tessitrici. All’ultimo livello, sotto al tetto, si trova il raccart, locale in tronchi di larice, usato per la battitura della segale e come deposito di paglia, fieno, semi di cereali. In cassapanche artigianali, spesso decorate con bei motivi colorati (chiamate arches) si conservavano le erbe aromatiche spontanee, gli abiti, i documenti di famiglia mentre i pani secchi prodotti all’inizio dell’inverno erano sistemati su apposite rastrelliere in legno (ratèlì).
Il mulino del Glair
Situato di fronte alla Maison de Thomas, il mulino del Glair ha funzionato per molti secoli, almeno dal Quattrocento fino agli anni ‘50 del Novecento. Era alimentato, a monte, dalle acque trasportate da un canale irriguo che captava l’acqua dal vicino torrente Ayasse, costruito nel 1380, il Ru du Mellier. Il nome “Mulino del Glair” deriva dai glairs, depositi di pietre lasciati sul terreno dalle numerose alluvioni susseguitesi nel corso dei secoli, che distruggevano sempre molti edifici, soprattutto quelli costruiti appositamente nelle loro vicinanze per sfruttarne la forza idraulica, ovvero mulini, forge, frantoi, segherie. Al suo interno si possono ammirare due macine composte da spicchi assemblati, atte a macinare il maïs, (solo dal Settecento quando iniziò la sua importazione dall’America) e soprattutto la segale, coltivata nei campi su terrazzamenti in pietra a secco, a monte del villaggio. Questo mulino apparteneva alla famiglia Chanoux del Mont-Blanc; ora è del comune di Champorcher, che nel 2023 lo ha restaurato, grazie a finanziamenti europei (PSR 2018-2022)
Il forno del villaggio
Nei forni a legna dei villaggi, dopo la luna piena di novembre o di dicembre, tutte le famiglie cuocevano a turno il pane di segale che doveva servire per tutto l’anno all’alimentazione. I forni comunitari erano costruiti in genere all’imbocco o al centro del villaggio per essere accessibili a tutti. Vicino al forno doveva sempre esserci una fontana e il locale riscaldato (pastino) in cui far lievitare e impastare i pani. Gli uomini si occupavano della lievitazione dell’impasto e le donne della preparazione dei singoli pani di segale, cui spesso si aggiungevano castagne, semi di cumino, noci, nocciole e di recente anche cioccolato e fichi secchi. Queste pagnotte golose, chiamate micche, sono ancora oggi apprezzate e cotte nelle occasioni festive. In ogni forno gli esperti fornai del villaggio potevano cuocere tra gli 80 e i 100 pani, sistemati su una base in pietra refrattaria che conserva il calore. Una volta sfornati, i pani erano trasferiti nei bellissimi raccards (costruzioni in legno assemblate agli angoli, sistemati su appositi ratelì (rastrelliere) per evitarne il deterioramento dovuto alle muffe e dall’attacco dei roditori. Alla fine degli anni ’90 del secolo scorso, i forni di Champorcher sono stati tutti restaurati e alcuni sono ancora utilizzati durante le feste del “pan ner” in autunno o ad agosto.
La cappella di Chardonnay
Di origini molto antiche, questa cappella, dedicata alla Madonna del Carmine e a San Pantaleone, fu fondata vicino al torrente nel 1659 da Margherita vedova di Nicolas Perruchon, affinché vi si celebrasse la messa, dopo la processione, nel secondo giorno delle Rogazioni (rituali per invocare la buona raccolta de dei prodotti agricoli). Subì diverse distruzioni dovute a inondazioni; fu ricostruita una prima volta nel 1746, vicino al ponte che dà accesso alla strada per Laris, dalla famiglia Costabloz. Negli anni tra il 1778 e il 1781 gli abitanti hanno nuovamente ricostruito la cappella, realizzata in circa 5 mesi da un mastro muratore di Issime, Jean de feu Gabriel Albert, questa volta nel cuore del villaggio di Chardonney, al riparo dalle alluvioni, e a fianco della scuola, dove si trova ancora adesso. Il campanile è coronato da una particolare cuspide in legno a forma di pagoda, voluta, progettata e generosamente finanziata nel 1873 dall’Abbé Pierre Chanoux, prete originario del vicino villaggio di Ronchas, e rettore per anni dell’ospizio del Piccolo San Bernardo dove nel 1897 fondò uno dei primi giardini botanici alpini, la Chanousia
La scuola del villaggio
Fin dai primi anni dell’Ottocento anche a Chardonney era attiva una scuola. Fu istituita nel 1831 grazie a una donazione di un prete del luogo, Nicolas Gontier, vicario nella parrocchia di Champorcher tra 1803 e 1808. Ai maestri delle scuole di villaggio erano affidati decine di bambini che frequentavano le lezioni solo nei mesi freddi, in cui non si poteva stare all’aperto. In autunno si doveva provvedere e a scaldare l’aula: bambini e genitori partivano insieme nei boschi per tagliare e raccogliere la legna grazie alla quale avrebbero trascorso giorni in compagnia, al caldo, in una classe dove avrebbero anche consumato il pasto portato da casa. Nella bella stagione invece i bambini erano occupati con i parenti, nei lavori di campagna o con le mucche in alpeggio. I risultati di questo sforzo di alfabetizzazione, condotto con grandi difficoltà, a partire dalla fine del Settecento, furono coronati da un discreto successo: nel registro della popolazione del 1886 le persone sopra i 10 anni che sapevano leggere e scrivere erano già 597 (356 maschi e 241 femmine) pari al 51 %, della popolazione. Ora la scuola è restaurata e utilizzata per attività culturali o ludiche.
La cucina e i cibi
Sulla sinistra entrando nel corridoio si trova la cucina, con il focolare al cui fianco sono sistemati tutti gli oggetti e gli utensili per la preparazione dei pasti. Qui si accendeva il fuoco nel camino per cuocere i cibi e per la preparazione del formaggio. I pasti preparati consistevano di solito in zuppe di verdure spontanee (spinaci, cicoria, bistorta, silene, ortiche, fagioli, porri, ecc,) con un po’ di formaggio, e del pane secco inzuppato nel brodo. Nel XVIII secolo, vennerointrodotte dall’America le patate che salvarono, a più riprese, la popolazione dalla carestia.
Talvolta i pasti erano arricchiti con carne, soprattutto a dicembre quando si uccideva il maiale o una mucca vecchia. Il sale era l’elemento essenziale per l’alimentazione, ma anche per la conservazione delle verdure, del lardo e dei salumi in appositi contenitori in pietra ollare o in terracotta (doil), Sovente si usavano le uova nelle frittate o nelle insalate di verdure.
Il pane di segale essiccato veniva consumato, dopo averlo frantumato su un tagliere apposito (lou tsapiet), inzuppato nel brodo, nel latte o nel vino. Sul focolare veniva scaldato il latte scremato per trasformarlo in formaggio fresco (sargnun) o stagionato (toma). La panna fresca invece era tra- sformata in burro. Nelle occasioni speciali si preparavano anche dei dolci con ingredienti semplici ma gustosi come le fette di pane secco inzuppate nel latte e uovo, poi fritte nel burro e spolverate di zucchero (le croutes dorées)
La stalla vissuta
La stalla è sempre stata per gli abitanti della montagna il luogo dove la famiglia trascorreva la maggior parte del tempo vicino agli animali, soprattutto nel lungo inverno. Allora il calore delle mucche e delle capre era l’unica fonte di riscaldamento, fino all’introduzione della stufa in ghisa, avvenuta solo nell’Ottocento. Per occupare le giornate, nei giorni di neve, si filava o si tesseva nella stalla. Ci si sedeva sulle panchette di legno sistemate lungo il muro, nell’angolo dedicato alle veillà (le serate in famiglia, insieme ai vicini).
Qui si pregava, si raccontavano le novità del paese le notizie dei parenti maschi emigrati diventati pettinatori di canapa o segantini, per guadagnare il necessario a pagare le tasse e consentire la sopravvivenza di tutta la famiglia. Nell’unico letto formato da un pagliericcio dalle lenzuola di canapa e dalle coperte di lana i bimbi venivano alla luce, le donne partorivano e gli anziani morivano.
Sempre nella stalla si consumava insieme, su un tavolino, il modesto pasto preparato nell’adiacente cucina. La zona più confortevole era occupata dal telaio, a destra della finestra più soleggiata, dove si lavorava alla luce naturale senza intralciare il lavoro con l’ombra dell’altra mano.
Le lavorazioni della canapa
Fin dai tempi più lontani la canapa era coltivata nel fondovalle della Dora Baltea e nel Canavese, dove subiva le prime lavorazioni di trasformazione la fibra grezza in filo e gomitoli, attraverso diverse fasi, dalla macerazione degli steli in acqua, alla loro essiccazione, alla sfibratura, alla pettinatura per finire alla filatura con appositi arcolai.
I gomitoli venivano poi trasportati a Champorcher dove numerosi abilissimi tessitori, uomini e donne, producevano la tela di canapa (la teila de meison, in patois) che, oltre all’uso domestico, alimentava un discreto commercio con i paesi della bassa valle d’Aosta. I tessuti in canapa avevano il pregio di essere freschi d’estate e caldi in inverno: per questo erano molto richiesti. Con questi tessuti si fabbricavano soprattutto lenzuola, pagliericci, camicie e stoffe fini per avvolgere i neonati o per la lavorazione del formaggio, e addirittura dei raffinati paramenti liturgici. L’ultimo trattamento consisteva nel ricamo di belle iniziali colorate del nome della famiglia sulla tela al fine di riconoscerla nel corso del bucato collettivo una volta all’anno.
Il telaio storico
Nella stalla della Maison Thomas si trova ancora oggi come nei secoli scorsi un esemplare, unico in Europa, di telaio orizzontale completamente in legno, compresi i meccanismi di avanzamento del tessuto. Si tratta di un modello risalente almeno al XIII secolo, con dei pedali che fanno alzare ad abbassare i licci (anch’essi in canapa), in mezzo ai quali la navetta (piccolo attrezzo manuale al cui interno era sistemato il filo della trama) viene lanciata manualmente, con tecnica arcaica, in modo alternato ora in un senso ora nell’altro per intrecciare i fili dell’ordito con quelli della trama.
Il telaio era costruito su misura del locale, generalmente alla destra di una finestra per lavorare alla luce naturale senza intralciare il lavoro con l’ombra dell’altra mano. Il lavoro preliminare di preparazione dei fili sul telaio per la tessitura era complesso. Con il filo della canapa si preparava l’ordito sull’orditoio (insieme di paletti incastrati sulle assi verticali) che andava poi fissato sul telaio per l’intreccio con la trama. Il tessuto così ottenuto era poi venduto ai committenti di fondo valle.
Gli animali della stalla
In ogni famiglia si allevava qualche animale destinato a fornire latte, carne e uova per l’alimentazione umana. I capi bovini che si potevano tenere nella stalla, nelle poste vicino alle mangiatoie qui in numero di 3, (più uno spazio più piccolo per i vitelli), dipendevano esclusivamente dalla quantità di erba e fieno che si riusciva a raccogliere sui terreni coltivati a prato/pascolo al fine di garantirne la sopravvivenza.
In caso di carestia, o di avversità atmosferiche se non si riusciva ad ottenere sufficiente fieno o a mandare le mucche in alpeggio durante l’estate, si doveva abbatterne una. Oltre ai bovini e alle capre, le famiglie più abbienti allevavano un maiale, da febbraio fino a dicembre quando lo si macellava per farne salami e salsicce (santset) da consumare tutto l’anno. Era l’occasione per fare una festa nel villaggio e per mangiare le parti più deperibili dell’animale in piatti tradizionali chiamati quagliette, a base di frattaglie, spezie e uvetta, avvolte in una foglia di cavolo verza. Non mancavano le galline che fornivano le preziose uova, fonte di proteine animali. Queste erano nutrite con gli scarti di verdure e un po’ d’erba. Talvolta si teneva una o due capre per il latte, un cane per gestire le mucche al pascolo e un gatto per eliminare i roditori che intaccavano le riserve alimentari.
Una comunità in armonia
Da sempre la comunità di Champorcher ha saputo adattarsi a condizioni estreme di vita, su un territorio in forte pendenza, senza sprecare le risorse naturali. Fin dall’antichità furono dissodati i boschi per ottenere prati e pascoli necessari all’allevamento, costruiti i muretti a secco per creare campi terrazzati su cui coltivare la segale, e tracciati dei canali di irrigazione (chiamati rus) per garantire, nei prati-pascoli a valle, il foraggio necessario ai bovini.
Gli insediamenti tradizionali di Champorcher erano dispersi in circa 30 villaggi, situati, per quanto possibile, fuori dal pericolo di valanghe. Le strade che li univano erano bordate da muretti o da staccionate in legno, i soli elementi di chiusura del territorio legati allo spostamento delle greggi e delle mandrie tra alpeggio e abitazione permanente. Vicino alle case, gli orti e i cortili erano anch’essi protetti per impedire l’intrusione delle galline, delle capre e delle vacche sulla proprietà coltivata. La solidarietà di vicinato era una necessità per tutti: in occasione di calamità o di guerre i più deboli erano sostenuti dai vicini. I valori erano assai diversi da quelli odierni: il frequente decesso delle donne per parto, così come quello di bambini in tenera età, erano vissuti i come fatti naturali. Tutti sapevano bene che dopo ogni lutto o disastro la vita continuava, comunque.